Il nazionalismo italiano e l’invenzione del Cervino

Alexis Bétemps

Le Mont-Cervin, cette montagne si fière et si belle
que nous pouvions voir tous les jours, le Mont-Cervin,
devant lequel les étrangers s’arrêtent frappés d’admiration,
le Mont-Cervin ne nous frappait pas
.

Amé Gorret

La percezione della montagna

Le CervinRude e inospitale, l’alta montagna non ha mai interessato veramente i montanari: contadini e allevatori si spingevano solo fin dove arrivava il bestiame. Soltanto i contrabbandieri, i cercatori di cristalli, i cacciatori di camosci e di marmotte osavano sfidare le rocce e i ghiacciai perenni. Ed è proprio tra questi che furono reclutate le prime guide: Jean-Antoine Carrel e Amé Gorret per il Cervino, Pierre Gaspard per la Meije, e tante altre ancora meno note.

Nel XVIII secolo, la cosiddetta scoperta dell’alta montagna interessa dapprima solo il mondo scientifico: botanici, glaciologi, fisici, naturalisti, biologi, geologi, i quali, armati di apparecchi e guidati dai montanari, si avventurano laddove s’interrompono i sentieri, per riempire i loro taccuini d’osservazioni preziose, raccogliere campioni, dar luogo a collezioni. Dopo un primo impatto non sempre favorevole, i loro occhi cittadini li portano ad apprezzare questi paesaggi aspri e selvaggi, poco valorizzati dall’abitante più sensibile al verde dei pascoli ed al giallo dei campi di grano. Ben inteso, non vi era nulla da scoprire, i montanari l’avevano già fatto …

Ancora oggi, capita che si parli della scoperta dell’alta montagna come per la scoperta dell’America; è una visione etnocentrica, riflesso del cosiddetto divario culturale: Europei/Aborigeni d’America e Cittadini/Montanari.

Si forma così, si perfeziona e si afferma una nuova visione estetica: l’insignificante diventa bello, pittoresco, grandioso. Questi nuovi canoni di bellezza si diffonderanno e, progressivamente, convertiranno la stessa sensibilità dei montanari. E non era molto tempo fa…

Il lavoro di ricerca in quota, da faticoso e pericoloso, diventa piacevole ed arricchente. Nuovi adepti, sempre più interessati all’estetica piuttosto che alla scienza, rendono popolari le escursioni nelle Alpi. Pittori ed incisori si alternano agli esperti scientifici e danno il via alla banalizzazione della montagna. Gli Inglesi, nobili e abbienti borghesi, diventano i maggiori frequentatori della montagna: uomini di scienza, artisti e, cosa assolutamente nuova, sportivi. E spesso le tre cose insieme!

I conquistatori dell’inutile

L’abbé Gorret incontra molto giovane i primi Inglesi. Con l’humour che lo ha sempre caratterizzato, racconterà più tardi di avere conosciuto molti Inglesi senza qualificativi, ma anche Inglesi tedeschi, Inglesi svizzeri, Inglesi francesi ed anche Inglesi italiani: veri sportivi.

Gli sportivi, i conquistatori dell’inutile, danno il via alla corsa sfrenata verso le cime inviolate. Nella maggior parte dei casi, a guidare questi alpinisti è il gusto dell’avventura, la competizione con l’altro, l’affermazione della personalità. Ad accomunarli, non sono più le accademie delle scienze; ormai si organizzano e si riuniscono nei club: il primo è l‘Alpine Club inglese (1857), seguito dall’Osterreichischer Alpenverrein (1862), dal Club Alpino Italiano (1863), dal Deutscher Alpenverrein (1869) e dal Club Alpin Français (1874). I montanari capiscono con difficoltà questo nuovo modus vivendi, talmente è estraneo alla loro mentalità. Vi si adattano lentamente e cercano di trarne il maggior numero di vantaggi. Tuttavia, con l’andar del tempo, ne sono irritati, feriti fino all’umiliazione dal trionfalismo degli stranieri, dalla loro arroganza, dalle loro arie di conquista. Le iperbole, i racconti ispirati, le visioni romantiche della natura, i buoni sentimenti da quattro soldi impregnano i testi dei letterati che cantano questa nuova visione della montagna. Si direbbe che si sia perduto il significato dei limiti .

Jean Vernet, scrittore di montagna, lapidario, dichiara: ” L’alpinisme n’est pas un sport. C’est une religion…” e sarà solo uno dei primi ad affermare una tale eresia. Questa enfasi sorprende e non è capita dalla mentalità contadina, poco incline all’esagerazione.

Il nazionalismo nelle Alpi

Il terreno è ormai pronto ad accogliere una nuova visione della montagna che aprirà la strada, in modo più o meno consapevole, ai nazionalismi dominanti fino alla metà del XX secolo.

Già oggetto di ricerca scientifica, poi di piacere estetico, area sportiva, occasione per mettere alla prova le qualità individuali, la montagna diventa terreno di confronto delle rivendicazioni identitarie: il 1848 infiamma l’Europa ridisegnando i confini e il 1861 vede finalmente l’Italia indipendente. In questo mutato contesto, le Alpi assumono una nuova importanza e la teoria predominante dei confini naturali certamente attribuisce loro un ruolo non solo strategico, ma anche simbolico. In una sorta di attualizzazione del mito del popolo eletto, l’arco alpino è presentato come uno scudo di protezione che il Buon Dio ha voluto donare al Paese a lui tanto caro: l’Italia. Le Alpi acquisiscono, così, sacralità, baluardo naturale contro i nemici reali o fittizi. La loro carica simbolica cresce fino a diventare, nel caso dei territori cosiddetti irredenti, una rivendicazione di proprietà. In poche parole, per la stupidità degli uomini, le montagne, in passato cerniera tra i popoli, diventano una barriera di ferro spinato.

Essere il primo a scalare una cima non è più ritenuto un successo personale o di un gruppo ristretto, ma la vittoria di una nazione, l’affermazione della genialità di un popolo, un segno del Signore.

In vent’anni, gli Inglesi possono vantare un record di successi impressionanti. La quantità di punte e massicci violati tra il 1840 ed il 1860 è enorme. E non si arresta …

Nel 1861, l’inglese Mathews, accompagnato dalla guida Croz di Chamonix, scala per primo il Monviso, la montagna dei Piemontesi, che con il bel tempo, si può ammirare da Torino. Nel 1863, Whymper, sempre con Croz, raggiunge la Barre des Écrins, nel Delfinato. Nel mese di giugno del 1865, ancora Whymper, con le guide di Chamonix e Zermatt, apre la via delle Grandes-Jorasses partendo da Courmayeur. E’ un duro colpo da incassare per il nazionalismo italiano, poiché si tratta di montagne di confine, e in quest’ultimo caso, di un confine recente. L’impresa è percepita come un ennesimo affronto all’Italia.

La nascita del CAI, il Club Alpino Italiano

Il Club Alpino Italiano viene istituito dopo la prima italiana al Monviso, nel 1863, due anni dopo la vittoria inglese. Ne sono promotori, alcuni brillanti giovani dell’aristocrazia e soprattutto della borghesia piemontese. Quelli che avevano fatto l’Italia”, si era soliti dire … Citiamo Quintino Sella, di una famiglia di banchieri ed industriali di Biella, uomo di scienza, ingegnere idraulico, Ministro delle finanze del Regno d’Italia; Felice Giordano, geologo e anche lui ingegnere; Bartolomeo Gastaldi, pioniere della glaciologia e secondo presidente del CAI; Ferdinando Perrone di San Martino, barone, primo presidente del CAI; Giovan Battista Rimini, segretario del CAI.

Dunque, un gruppo di giovani entusiasti, istruiti, appassionati di montagna e patrioti. Guido Rey definisce con precisione la loro missione “Gli è che a quel tempo gli Italiani avevano ben altro da pensare e da fare: fare l‘Italia e le azioni erano dirette a quello scopo, i pensieri tutti assorti in quell’ideale”. Concepivano l’alpinismo come un momento di formazione morale e patriottica e vedevano nelle montagne, non solo ciò che delimitava il confine, m anche un mezzo per valorizzare i risultati ed i protagonisti del giovane Regno d’Italia.

Si tratta di una visione assolutamente nuova della montagna: la gloria dell’individuo che conquista una cima coinvolge tutta la nazione di sua appartenenza. È una concezione che porterà lontano, molto lontano, troppo lontano. Esaltando il nazionalismo, nel XX secolo, l’alpinismo organizzato si scosterà dall’intento iniziale ed i Club Alpini, nel mondo germanico ed in Italia soprattutto, si piegheranno docilmente ai progetti dei regimi totalitari e razzisti. Il che non significa tuttavia che tutti i membri di questi Club fossero nazisti o fascisti. E soprattutto non nel periodo che ci interessa in questa sede! Ben inteso, le montagne non avevano nulla a che vedere con queste ideologie e i montanari ancora meno.

All’assalto della Gran Becca

Dopo 20 anni d’alpinismo sportivo, le cime da violare non erano più molto numerose e una dopo l’altra sembravano arrendersi agli Inglesi. Nel 1865, nelle Alpi, la sola vetta importante ancora da conquistare era il Cervino. Non bisognava lasciarsela sfuggire. Già da qualche anno, uno dei maggiori alpinisti della sua generazione, l’inglese Edward Whymper, si aggira intorno a questa montagna maestosa e simbolica. La conquista del Cervino diventa allora una priorità urgente del CAI, la nuova associazione italiana ed i suoi membri si organizzano per questo. I giovani alpinisti piemontesi, nuovi carbonari, con alla testa Quintino Sella, ordiranno, come la definirà Guido Rey nel suo stile patriottico e ampolloso, una congiura per conquistare il Cervino.

Contattato nel 1863 dal politico e scrittore di successo Giuseppe Torelli, Jean-Antoine Carrel si reca a Biella per incontrare Sella che intende conoscerlo. L’anno successivo, il futuro ministro incarica l’amico Felice Giordano, valente geologo e buon alpinista, dell’organizzazione della spedizione. Da quel momento in poi, quest’ultimo trascorre il suo tempo tra Zermatt, Il Breuil e Pâquier, per fare una ricognizione dei siti, conoscere le persone e informarsi su tutto ciò che potrà essere utile all’impresa. L’assalto alla Gran Becca è previsto per il 1865.

Quell’estate, tuttavia, Giordano non è il solo a nutrire progetti del genere. Dall’inizio dell’estate del 1965, Whymper si trasferisce a Valtournenche e prepara il suo piano d’attacco al Cervino. Contatta Carrel per un tentativo dal lato svizzero. Carrel, uomo di parola, che si era già impegnato con Giordano dall’11 luglio, accetta, ma solo fino a quella data, non oltre l’11 luglio! “Per fortuna il tempo divenne cattivo, Whymper non poté fare il suo nuovo tentativo e Carrel si disimpegnò venendo con me… ” scriverà Giordano. Se avesse fatto bello, Whymper e Carrel avrebbero potuto vincere insieme il Cervino? In questo caso, la storia sarebbe stata diversa … Ma non lo sapremo mai.

Per questa impresa, Giordano aveva ingaggiato le migliori guide di Valtournenche, che avrebbero preparato la strada a Quintino Sella ed a lui stesso. Non aveva badato a spese.

 La conquista del Cervino

Privo di qualunque supporto umano sul versante di Valtournenche, Whymper parte per Zermatt attraverso il Colle del Teodulo per realizzare a tutti i costi il suo progetto. Carrel, convinto che l’ascensione dalla parete del Vallese sia impossibile, si appresta, in tutta tranquillità, a “sferrare” l’attacco dal versante del Breuil. Con una cordata improvvisata, inopinatamente, Whymper raggiunge la vetta e Carrel, che aveva intrapreso la scalata con molta più calma, a qualche passo dalla fine, ha la sorpresa di vedersi precedere dalla squadra, ancora gioiosa di Whymper. Al Breuil, l’abbé Gorret e Giordano, che controllavano la vetta con il cannocchiale, intravedono persone sulla cima. Credendo che fosse Carrel, Giordano invia un telegramma entusiasta a Quintino Sella. Al suo ritorno, quando Carrel incontra Giordano, quest’ultimo, nonostante la delusione, lo incoraggia comunque e non desistere e a risolvere la questione del Cervino, una volta per tutte. Sarebbe stata, malgrado tutto, la prima ascensione dal versante valdostano, e poi, sulla vetta, occorre piantare la bandiera italiana!

Carrel non riesce più a convincere la squadra che l’aveva accompagnato. Per varie ragioni, tutti rinunciano. Giordano si propone e propone anche il suo amico Quintino Sella, ma Carrel è formale: “Pas de touristes !” mettendolo addirittura per iscritto, un dettaglio che deve avere profondamente ferito un uomo dalle qualità di Giordano.

La nuova cordata è quindi composta dall’abbé Gorret e da due giovani Valtornein, domestici dell’Hôtel Giomein: Jean-Augustin Meynet e Jean-Baptiste Bich. La cima sarà conquistata senza troppi problemi. Da sotto, con rammarico e po’ di amarezza, Giordano li segue con il cannocchiale, ma non avrà l’animo di festeggiare il loro ritorno vittorioso. Raggiunge Torino, dove scrive a Quintino Sella: “Volevo dirti che, se il vuoi, puoi ancora ascendere il Cervino con bastante onore, essendo il primo Monsieur che lo salirebbe dal lato d’Italia“. Il cuore dei congiurati è pieno d’amarezza ma, malgrado tutto, la bandiera italiana sventola comunque sulla cima della Gran Becca. Tutto il resto sono solo dettagli…

A questo punto, è interessante vedere un po’ più da vicino il comportamento dei protagonisti valdostani e, in modo particolare, quello di Georges Carrel (1800-1870), Jean-Antoine Carrel (1829-1890) e Amé Gorret (1836-1907), tre Valtornein, parenti, e tutti e tre molto particolari: un erudito, un cacciatore e un sacerdote: la mente, il braccio e la penna. È evidente che Georges Carrel non fosse solo un erudito: era anche sacerdote, o meglio canonico e scrittore. Jean-Antoine Carrel, come tutti i Valdostani dell’epoca era anche contadino e Amé Gorret oltre che prete era anche un ottimo cacciatore. In più, tutti e tre avevano an bouna tsamba, un passo eccellente per la montagna, erano quindi ottimi camminatori e scalatori.

 

Georges Carrel : l’erudito

Canonico influente, insegnante, illustre uomo di scienza, fondatore della Société de la Flore (1858) e del Club Alpin Valdôtain (1868), vero riferimento per qualunque viaggiatore famoso che volesse attraversare la Valle, soprannominato l’ami des Anglais, profeta della conquista del Cervino, Georges Carrel è colui che elabora la strategia per fare conoscere ed apprezzare la Valle d’Aosta e, soprattutto, affinché la conquista del Cervino sia opera dei Valdostani. Guido Rey gli riconosce questo ruolo senza esitazione: “Egli fu la scintilla che desta grande incendio; fu l’autore dell’idea, altri ne furono attori“. E aggiunge: “Amava ardentemente il suo campanile e quell’altro campanile altissimo di roccia che sovrasta tutta la valle. Figlio di antiche generazioni vissute a piè del monte, sentiva l’orgoglio della sua razza e ne conosceva tutta la forza e gli ardimenti“. Ormai troppo anziano per intervenire sul campo, si tiene al corrente di tutto ciò che accade ai piedi della Becca. Sa tutto del primo tentativo di Jean-Antoine Carrel e di Amé Gorret che definisce, in quell’occasione, deboli e velleitari. È al corrente dei progressi delle cordate inglesi che si alternano al Cervino; partecipa alla preparazione delle cordate valdostane.

Gli dobbiamo la prima relazione sulla scalata, redatta secondo la testimonianza di Carrel, Bich e Meynet. Lo stile è sobrio, quasi notarile, ma l’inizio è maestoso: “Jean-Antoine Carrel, dit le Bersaglier, guide-chef, Jean-Baptiste Bich, dit Bardolet, Aimé Gorret et Jean-Augustin Meynet, tous de Valtournenche, partent du Breuil vers 7 heures du matin le 16 juillet 1865 et se dirigent vers le Mont-Cervin dans l’intention d’en faire l’ascension quand même“. Vengono presentati i protagonisti e precisati gli obiettivi. Nel testo della relazione, non viene fatta menzione del ruolo del CAI, se non in modo indiretto per via dell’utilizzo di “un câble double, de la longueur de 16 mètres, fourni par M. l’ingénieur Giordano“, della posa della bandiera italiana sulla cima: “Le drapeau était large d’un mètre et long de deux mètres. Le bâton, long de deux mètres et demi a été fixé dans un tas de pierres” e di Giordano che accoglie gli alpinisti al ritorno.

Per una narrazione più esaustiva, il canonico rinvia all’abbé Gorret: “…qui a pris une part si active à cette glorieuse ascension, il vous aura dit ou vous dira les autres circonstances que j’ignore“.

Jean-Antoine Carrel, il cacciatore

Contadino, artigiano del legno, cacciatore di camosci, ex combattente, Jean-Antoine Carrel deve mantenere una famiglia numerosa: ben 12 figli! Così il nuovo mestiere che gli si profila all’orizzonte, quello di guida alpina, è senz’altro utile per integrare il bilancio famigliare. Inoltre, le grandi escursioni sulle montagne gli rinnovano continuamente, anche se con meno intensità, il piacere della caccia in quota, la sua grande passione. Fino alla conquista del Cervino, la caccia occupa ancora uno spazio privilegiato nel suo cuore. Nel 1862, sale con Whymper fino alla Grande-Tour, ma il cattivo tempo li respinge. Il giorno successivo fa bel tempo, Whymper passa a prendere Jean-Antoine per un nuovo tentativo ma quest’ultimo era andato con un amico a caccia di marmotte “…étant donné que la journée paraissait favorable… “. Il che ci fa intuire quali fossero le priorità di Jean-Antoine Carrel!

A mano a mano che frequenta il Cervino, Jean-Antoine impara ad amarlo. Whymper l’amava come una bella donna, Carrel come i Valdostani amano lo bien, come la terra degli avi, ricca e fertile. È così che Carrel ama il Cervino. Guido Rey riporta che Il Cervino è diventato per Carrel “…la ragione, lo scopo della sua vita, e voleva scalarlo dal versante della sua valle natia, per l’onore dei Valtornein.” Professionale e coscienzioso, per ogni uscita, Carrel si fa pagare poco o tanto e da chiunque: lo si paga per andare a Biella a trovare Quintino Sella, lo si paga per il tentativo sfortunato dell’11 luglio 1865. Ma quando, battuto da Whymper, accetta l’invito di Giordano per un secondo tentativo, quando tutti rinunciano, accetta anche di partire gratuitamente. “Di certo, quella di Carrel non fu una reazione nazionalista, quanto piuttosto un moto d’orgoglio, come ci si doveva attendere da parte di una delle migliori guide dell’epoca… “, scrive Michel Mestre.

Arrivato in cima al Cervino, pianta la bandiera italiana che gli è stata affidata, si ferma giusto il tempo necessario e riscende a festeggiare con i suoi compatrioti i quali, per l’occasione, come si faceva all’epoca nei giorni di festa, accendono fiaccole sui versanti intorno al Breuil. Jean-Antoine farà la guida per tutta la vita, salirà sulla cima del Cervino più di 50 volte, con semplici clienti o alpinisti illustri, tra i quali Whymper; farà l’ascensione di montagne lontane in altri continenti e morirà affaticato al rientro di una difficile ascensione al Cervino, dopo avere messo in sicurezza il suo cliente, il grande musicista torinese, di origine ebraica, Leone Sinigaglia.

L’abbé Amé Gorret

L’abbé Gorret, nato da una povera famiglia di agricoltori, ha avuto un’infanzia ordinaria, come tutti i figli di contadini del suo tempo: pastore a Cheneil, faceva piccoli lavoretti per aiutare la famiglia, frequentava la scuola per la quale manifesta particolari attitudini, il catechismo, e si misurava nelle corse nelle pietraie con i suoi compagni. Studia ad Aosta, sotto la guida dello zio canonico, Georges Carrel, ma ogni occasione è buona per tornare al villaggio natale, ai piedi del Cervino. Alto e grosso, lavoratore instancabile, dai modi un po’ rudi, sarà soprannominato, molto più tardi, l’Ours de la Montagne. Spontaneo e sincero nelle reazioni e nella parola, dotato di un forte senso dello humour, con una penna elegante e caustica, ci ha lasciato pagine indimenticabili su numerose escursioni alpine. Giovane e spensierato, è protagonista con Jean-Antoine Carrel del primo tentativo d’ascensione del Cervino ad opera di Valtornein nel 1857. Aderisce poi alla spedizione vittoriosa del 1865, quando tutte le guide con una certa esperienza hanno declinato l’invito di Giordano a ritentare la fortuna. A riferircelo è lo stesso Ours de la Montagne: “Eh bien ! Vous renoncez au Mont-Cervin, vous ne voulez plus repartir, j’y irai moi, qui veut me suivre?” Il Bersaglier raccoglie la sfida e, la sera, Jean-Baptiste Bich e Jean-Augustin Meynet completano la cordata. Ad un passo dalla cima, davanti ad un canalone invalicabile, si sacrificherà per il successo del progetto. Scriverà: “Conseil tenu, j’étais le plus pesant et le plus fort ; on m’aurait chargé d’or, je n’aurais pu me résigner ; il s’agissait d’un sacrifice, je le fis. Plantant mes talons sur l’abîme, le dos appuyé à la roche, les bras serrés sur la poitrine, je suspends deux de mes compagnons, l’un après l’autre, le troisième veut rester avec moi. J’étais heureux…

Di ritorno, è lui che riceverà dalle mani di Giordano la bandiera d’onore: la prenderà e cederà a Jean-Antoine. Questa volta, il 16 luglio 1865, Amé non raggiunge veramente la cima, ma sarà come se ci fosse veramente arrivato. I vincitori del Cervino dal versante valdostano per tutti sono quattro, anche se soltanto due hanno veramente messo piede sulla neve della vetta.

Amé Gorret, ancora giovanissimo, sarà vice-presidente onorario del CAI, percorrerà tutti i sentieri della sua valle, scalerà tutte le cime importanti della Valle d’Aosta e non solo. Con i suoi contatti ed i suoi scritti, proseguirà l’opera dello zio Georges Carrel per la promozione internazionale del turismo valdostano. Ma, soprattutto, sarà l’apostolo, purtroppo poco ascoltato, di un alpinismo alternativo, né d’élite, né sportivo, né nazionalista. L’Ours de la Montagne ci propone un alpinismo intelligente, culturale, aperto a tutte le categorie sociali, precursore per la sua modernità.

Per l’abbé Gorret, un’escursione o una scalata sono un modo per scoprire cose nuove. Il muretto che sostiene il sentiero, il campo di grano appena mietuto, l’uomo che irriga un prato, un ciuffo di fiori rari, una roccia colorata, una baita d’alpeggio in rovina: tutto merita di essere osservato studiato, spiegato. Tutto merita una visita, un po’ di tempo in più, uno sforzo per meglio comprendere. Ciò che conta, non è l’altezza della montagna scalata, né la sua fama, né il tempo impiegato per conquistarla, né tantomeno il fatto di essere stato il primo a raggiungerla. La montagna, per l’abbé, è prima di tutto un piacere complesso che occorre imparare ad assaporare ed un’occasione di arricchimento morale e culturale. La montagna non è un’entità spirituale astratta, buona o cattiva che sia, la montagna non è né la morale, né la cultura, ma, affrontata correttamente, aiuta l’individuo a coltivare meglio il suo spirito, a rafforzare la sua morale e a perfezionare la sua cultura.

Le due cime del Cervino

Le sommet du Mont-Cervin ne présente aucun plateau, c’est une arête de 150 mètres environ parallèle à l’équateur. Cette arête est bien étroite vers le milieu ; elle s’élargit vers les deux bouts” precisa Georges Carrel.  In cima al Cervino, vi sono dunque due piccole punte collegate da una cresta: una si affaccia verso la Valle d’Aosta, l’altra verso il Vallese.

Sulla prima, come abbiamo visto, Carrel ha piantato, per conto di Giordano, la bandiera italiana. E sull’altra? Whymper ci racconta: negli ultimi metri, lui e la sua guida di Chamonix si cimentano in una sorta di gara per vedere chi arriva primo alla vetta. La raggiungono insieme. “Qu’allons-nous planter ?” chiede allora l’Inglese alla sua guida. Michel Croz, senza dire nulla, pianta il picchetto da tenda che aveva con sé, si toglie la giacca da Savoiardo, impregnata di sudore a causa dello sforzo, e la appende al picchetto. Ecco la bandiera dei primi conquistatori del Cervino. Il gesto di Croz è stato certamente spontaneo, senza pretese ideologiche. E non spetta a noi attribuirgliene ora.

È corretto solo constatare che ci troviamo di fronte a due approcci ben diversi nei confronti della montagna: la bandiera e la giacca!